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Addio a Nedo Fiano

19 dicembre 2020

Il 19 dicembre scorso ci ha lasciato Nedo Fiano, padre dell’amico – prima che collega – Emanuele Fiano.
Piangiamo un uomo diventato un’autorità morale per tutti noi, un testimone che ci ha fatto conoscere e cercare di comprendere, per quanto difficile, il dramma della Shoah. E lo ha sempre fatto a suo modo, con l’intransigenza dello spirito di chi, per decenni, ha combattuto l’oblio delle colpe e trasmesso il valore dell’umanità.

A seguire, il racconto fatto da Benvenuto Perego, mio concittadino, della mattina del 6 marzo 2010, quando, in qualità di sindaco di Cassago Brianza, ho accolto Nedo Fiano venuto a portarci la propria testimonianza:

È un bel signore ottantacinquenne, i capelli candidi e vagamente spettinati, lo sguardo severo, quello che entra nella palestra di Cassago la mattina di sabato 6 marzo 2010. Si chiama Nedo Fiano, firma compostamente i tanti libri che gli vengono messi tra le mani, e verrebbe da chiedersi chi sia questo scrittore, quali meravigliose esperienze abbia vissuto e raccontato se così tante persone corrono a comprare i suoi testi. Eppure le storie che racconta – è lui stesso a chiarirlo – sono “brutte”. Perché Nedo Fiano è sopravvissuto ad Auschwitz, è venuto per parlare con i tanti ragazzi presenti di questa sua vicenda ai confini dell’umano, è venuto a rendere per due ore la nostra palestra “un cimitero”, come afferma fin dal principio.
E sono tanti i ricordi laceranti, le immagini di fatti terribili vissuti da migliaia di uomini, donne e bambini che avevano l’unica colpa di essere insieme italiani ed ebrei. Un mattino di ottobre del ’43 con l’aumentare della luce dell’alba aumentava anche il tramonto della ragione: iniziavano le tenebre della “caccia” all’ebreo da parte di nazifascisti ben ricompensati per le loro spiate affinché uomini e donne caricati con sbrigativa indifferenza e con superficiale e volgare apatia su carri bestiame fossero portati lontano a morire nello sterminio.
Triste destino di “vittime senza colpa e senza battaglia” mutilate della libertà , della dignità , della proprietà , della solidarietà , del saluto persino. Cacciate da scuola e lavoro, dai locali pubblici: “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei” per inique leggi razziali accettate con colpevole acquiescenza.
Incominciò così anche per la famiglia Fiano, a Firenze, una dolorosa via crucis “stazioni di vero dolore , di una assurda ingiustizia, di eccesso di brutalità” terminata tragicamente per tutti i componenti della famiglia di Nedo, allora diciannovenne, cui la mamma disse sulla rampa di Auschwitz “abbracciami, non ci rivedremo più!” prima di avviarsi alla “doccia” mortale del gas. E continua il racconto di quest’uomo, con intensi accenti di commozione: “lasciati gli abiti in uno spogliatoio comune, chiuse le porte, spente le luci, via ai vapori tossici e al cader di cadaveri. In pochi minuti i vivi non erano più, erano portati dai reparti speciali ad alimentare l’assurda fiamma, a far cenere di quelli che erano uomini, a farne concime e fumo e fuoco ondeggiante dalla ciminiera in un’oscena danza macabra”.
“Sette giorni e sette notti in un vagone bestiame accanto a neonati urlanti per la mancanza di latte, tra due contenitori per gli escrementi continuamente debordanti a causa degli scossoni del treno. Persone un tempo ridenti ridotte a miserabili relitti, divisi dall’impossibilità  di cercarsi, di rincontrarsi. Dove andavamo? Cosa ci avrebbero fatto?la risposta arrivò dopo la tremenda frenata necessaria a destarci da una grottesca caricatura del sonno. Fari, filo spinato, un vociare urlato di soldati neri che ben si sposava con l’abbaiare dei feroci cani. SS gentili col cane ma capaci di prendere a bastonate chi si fermava, parole perforanti e sguardo indifferente che non vedeva più l’essere umano ma un “insetto” di cui liberarsi. Noi, persone, vomitati come macerie dai vagoni, nessuno parlava e tutti urlavano. Eravamo tutti irriconoscibili nell’aspetto e nella psiche; poi eccoli i compagni di sventura, ossa vestite da un identico straccio a righe, fatto di cotone grezzo anche ai venti gradi sotto zero dell’inverno polacco, fra neve e fango dove un corpo strappato alla vita era nulla più che un mucchio di brandelli esili e lerci, e chi sopravviveva lo faceva nutrendosi del suo stesso suo corpo in attesa di essere consumato nel fuoco dentro la camera della follia”.
Fatti disumani, narrati a tratti piangendo da un vecchio e nobile uomo dai capelli bianchi, raccontati ai giovani affinché ricordino e non permettano il ripetersi di ciò che è accaduto, perché non c’è nessuna sicurezza che tutto questo non torni. Una storia che non è sufficiente studiare per il bel voto ma che è necessario far propria, perché non accada mai più.
Una brutta storia, vera , che sdegna ma la cui memoria va tenuta in vita: “impossibile da comprendere ma necessaria da conoscere” perché sono sempre vivi i germi del male, sono sempre vivi!